• Contro il taglio dei parlamentari

    Ho pensato a lungo se scrivere o meno questo post. Alla fine ho pensato che per quanto sia una posizione impopolare, sia giusto che provi a spiegare perché sono contrario al taglio dei parlamentari. Le ragioni sono sostanzialmente di 3 tipi:

    1. la rappresentanza dei cittadini;
    2. il metodo utilizzato;
    3. i presunti risparmi.

    La rappresentanza dei cittadini

    L’Italia è una repubblica parlamentare. Questo è il quadro istituzionale che la Costituzione descrive. Questo significa che il cuore della Repubblica è il Parlamento il quale elegge il Presidente della Repubblica, fa nascere e morire i governi e legifera. Dovrebbe essere questo il luogo dove si ricompongono i tanti interessi (politici, territoriali, di categoria, etc) e in cui si da voce ai cittadini.  

    Il Parlamento dovrebbe riuscire quindi a rappresentare le tante realtà che compongono il nostro paese e per farlo è necessario che esista un rapporto adeguato tra eletti ed elettori. Serve cioè che i collegi dei parlamentari siano della giusta dimensione per poter essere conosciuti da chi li rappresenta, sia da un punto di vista di estensione territoriale che di consistenza demografica (cioè del numero di abitanti).

    I Costituenti stabilirono il numero dei parlamentari in 630 deputati e 315 senatori, che erano chiamati a rappresentare (se prendiamo il censimento della popolazione svolto durante la prima legislatura) 47.515.537 abitanti. Calcolatrice alla mano si parla di circa un rappresentante (complessivamente, su due Camere) ogni 50.000 abitanti

    Per valutare quanto oggi quel rapporto sia adeguato, serve ricordare che dal 1948 ad oggi sono cambiate molte cose. In primis le comunicazioni e gli spostamenti sono diventati più rapidi, permettendo di gestire collegi potenzialmente più grandi e popolosi. In seconda battuta una quota di attività prima riservate al Parlamento nazionale sono state affidate ai Consigli Regionali e al Parlamento europeo, con la coesistenza di più rappresentanti con competenze diverse. 

    Contemporaneamente va però ricordato che la popolazione italiana è aumentata e secondo l’ISTAT gli abitanti del nostro Paese nel 2018 erano 60.359.546, mentre il numero di componenti della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica è rimasto invariato.  

    Significa che il rapporto eletto/elettori è passato in questi 70 anni da 1 parlamentare ogni  50.000 abitanti a 1 parlamentare ogni 60.000 abitanti e con la riforma che oggi verrà approvata a 1 parlamentare ogni 100.500 abitanti

    In una fase politica in cui i rapporti tra cittadini e istituzioni nazionali sono difficili può essere solo controproducente ridurre il numero dei parlamentari in maniera così drastica, rendendo ancora più grandi (e quindi complessi e dispersivi) i collegi di riferimento.

    Il metodo utilizzato

    Qualcuno potrebbe subito obiettare che io sia stato favorevole nel 2016 alla riforma costituzionale portata avanti da Matteo Renzi, che prevedeva comunque una riduzione dei parlamentari. 
    Tuttavia la riforma costituzionale del 2016 riduceva in modo drastico il numero dei senatori, ma lo faceva nell’ottica di un cambio di funzioni del Senato della Repubblica. Se cambia il modo di lavorare, gli obiettivi e le competenze di una Camera può avere senso modificarne la composizione. 

    Sotto questo aspetto credo infatti che la riduzione dei parlamentari non sia di per sé né una scelta buona né cattiva. Dipende dalla cornice in cui si inserisce.

    Il taglio che oggi viene approvato non fa parte di nessun progetto organico. Non c’è dietro nessun ripensamento istituzionale. Anzi, non c’è dietro nessun pensiero. E’ semplicemente un taglio lineare fatto al solo scopo di guadagnare consenso (temporaneo). Non posso condividere quindi la scelta di usare la Costituzione come moneta di scambio da parte del Partito Democratico né come campagna promozionale da parte di Lega e M5S.

    I presunti risparmi

    Comincio col dire che la retorica vuota dei costi della Democrazia, che sfocia in un antiparlamentarismo che non ha niente da invidiare a quello del primo dopoguerra del secolo scorso, è ormai noiosa. 

    Non abbiamo bisogno di istituzioni che costino poco, abbiamo bisogno di istituzioni che funzionino in modo efficiente ed efficace. Cioè di una Repubblica che costi il giusto. Inoltre questo il risparmio, che viene enunciato con toni trionfalistici e che può far presa se paragonato al nostro reddito personale, è assolutamente irrilevante nel bilancio dello Stato. Questa riforma garantirà risparmi dello 0,0139%. Si tratta di una cifra ridicola, che dimostra una verità di fondo che difficilmente diventa oggetto di dibattito politico e sociale in Italia: non si prova mai a colpire il vero bersaglio.

    I costi da controllare e da combattere non sono quelli delle istituzioni rappresentative. Sono quelli

    • delle municipalizzate e società a capitale pubblico, che spesso diventano strumento per politiche clientelari o giocattoli di amministratori che provano a fare gli imprenditori;
    • di una macchina burocratica costosa, che inventa adempimento funzionali soltanto a creare nuovi uffici, a estorcere denaro a imprese e cittadini e a mantenere eserciti di consulenti;
    • del debito pubblico che nessuno prova a ridurre, il cui costo diventa ogni anno sempre più insostenibile. 

    Una Politica seria oggi non parlerebbe di quanti posti tagliare alla Camera e al Senato ma di come scegliere le persone migliori per occuparli, di come ricucire il rapporto tra eletti ed elettori e di come provare a spostare risorse dalla spesa improduttiva a favore di una riduzione del debito e di come agevolare cittadini, terzo settore e imprese a svolgere al meglio la loro funzione sociale.