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    Due secoli di don Bosco

    Tornato dalla visita a Venezia ho avuto l’opportunità oggi di fermarmi alla palestra vecchia delle Scuole medie per la giornata sportiva che la PGS di Manerbio ha dedicato a don Bosco. Nel segno dell’etica sportiva salesiana squadre di bambini e bambine provenienti da diversi paesi si sono sfidati a calcio, a pallavolo ed a palla rilanciata condividendo la bellezza di stare assieme.

    Lo sport è determinante nella formazione del carattere e della sensibilità dei nostri ragazzi: può arricchirli, insegnandogli quanto sia importante lavorare in squadra, oppure può spingerli ad un forte individualismo dove il singolo cerca di prevalere anche a costo di spezzare i delicati equilibri di un gruppo.

    Le società sportive sono vere e proprie agenzie educative, luoghi di aggregazione e di formazione che siamo spesso abituati a relegare alla dimensione dell’hobby, dimenticando l’importante compito di cui si fanno carico. Tante associazioni sportive manerbiesi aiutano i nostri
    ragazzi ad essere in forma (cosa non da poco nell’epoca dei fast food) e a diventare cittadini migliori.
    Anzi, a volte i nostri ragazzi sanno rappresentare le finalità educative dello sport meglio dei presidenti  delle società sportive, che non sempre sono esempi di virtù e correttezza.

     

    Come Assessorato allo Sport abbiamo concesso l’uso gratuito delle palestre alla PGS volendo fare quel poco che è nelle nostre possibilità per contribuire ai festeggiamenti del bicentenario della nascita di don Giovanni Bosco, figura chiave nell’educazione spirituale, sportiva e non solo nel corso dell’Italia del XIX secolo.  È stato uno dei fondatori del concetto moderno di Oratorio (assieme a don Filippo Neri a cui è dedicato quello manerbiese) ed ha messo al centro della propria vita i giovani e l’impegno per tirarli fuori dalle condizioni di disagio in cui versavano.

    La crisi economica e la scarsa autorevolezza che la Scuola ha oggi  presso studenti e genitori ha rinfoltito le fila di giovani che hanno perso la speranza di costruirsi un futuro, in modo diverso ed allo stesso tempo simile ai ragazzi avvicinati dal sacerdote. Non hanno un orizzonte ideale in direzione del quale muoversi, non sono interessati a trovare un impiego né a proseguire i propri studi. Sono sospesi in una sorta di limbo, anestetizzati da una società che non ha saputo aiutarli a trovare la propria strada valorizzando i propri talenti ed assecondando le proprie passioni (ed in questo la scuola italiana ha enormi responsabilità). Sulle spalle di chi oggi ricopre ruoli chiave  pesa la responsabilità di farsi carico di questi ragazzi e del loro bisogno di futuro: Rischiamo altrimenti di abbandonarli ai margini delle nostre comunità, incapaci di sviluppare le proprie chiavi di lettura della realtà e facili prede di demagogie e populismi.

    Il carisma di don Giovanni Bosco ci impone di rimettere questi ragazzi al centro e di provare a porci in relazione con loro. Anche gli educatori rischiano di istituzionalizzarsi e le difficoltà degli Oratori a continuare ad essere punti di riferimento per i nostri giovani non ci aiutano a costruire dei ponti. Non è semplice trovare un terreno comune da cui partire : la musica, l’arte non convenzionale e lo sport rappresentano settori che si candidano a costituire strade privilegiate per raggiungerli.

    Non va poi dimenticata la difficoltà con cui la mia generazione si rapporta alla propria sfera emotiva. Siamo stati cresciuti in parte protetti da virtuali campane di vetro e in parte lontano da modelli educativi che permettevano in passato agli uomini di familiarizzare con paure ataviche e fasi inevitabili della vita (il buio, l’ignoto, la morte…). Oggi dobbiamo fare i conti con chi non sa contenere le proprie emozioni od al contrario le reprime fino a quando esplodono in atteggiamenti di eccesso. È una fragilità che non possiamo ignorare.

    È un flusso di pensieri impegnativo ed in buona parte incomunicabile. Messa nero su bianco la complessità del tema rischia di sfumare in buoni propositi e questioni banali. La PGS Manerbio oggi ha avuto il merito di indurmi ad una riflessione consumatasi sulle gradinate della palestra vecchia della “A. Zammarchi”  che è partita da don Bosco – di cui oggi mi è stata regalata un’immaginetta –  ma è arrivata fino alla nostra comunità.

    Non ci sono soluzioni o risposte immediate quanto definitive a questo disagio. Non abbiamo una bacchetta magica che può rimediare a percorsi evolutivi incompiuti o risvegliare le passioni sopite da un sistema scolastico ed educativo che ha perso la propria bussola.

    Esiste però l’impegno a trovare soluzioni concrete e coraggiose come lo sono state quelle praticate dal sacerdote piemontese. Ce la faremo? Non è detto. È un risultato che si può ottenere solo con un sforzo generalizzato, è una partita che si vince in squadra. E non sempre gli adulti sanno recuperare l’attenzione alle dinamiche di gruppo e sanno accantonare gli egoismi come hanno fatto oggi centinaia di bambini.

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