• E’ venuto a mancare Primo Vitali

    Ieri ho partecipato all’ultimo saluto a Primo Vitali, internato militare di guerra.

     

    Queste situazioni mi fanno spesso pensare ad un testo abbastanza conosciuto della Resistenza italiana, la Preghiera del Ribelle, che nonostante nasca con una funzione religiosa non manca di dipingere bene cosa significava schierarsi contro il regime. Un quadro a tinte fosche in cui l’autore, Teresio Olivelli, in un passaggio dice: spezzaci, non lasciarci piegare.

    È una frase forte, che Olivelli ha però fatto sua fino in fondo, morendo in un campo di concentramento dopo essere stato spezzato – letteralmente – per aver compiuto un gesto di solidarietà verso un altro detenuto. Tanti altri italiani hanno scelto di non piegarsi di fronte alle ingiustizie e alla violenza dell’ideologia fascista, e tra questi la categoria che per eccellenza incarna questa scelta di coraggio è quella degli internati di guerra.

    Primo Vitali come 600.000 altri nostri connazionali faceva parte di questa categoria, ed ha deciso di dire un “no” impegnativo, che lo ha portato a vivere dal 1943 al 1945 come prigioniero, in una forma di resistenza forse ancora più dura, autentica ed intima di quella che portò tanti patrioti sulle montagne. Dico più intima perché il rifiuto netto del nazifascismo e dei suoi valori veniva vissuto dagli internati di guerra direttamente nei campi di detenzione, alla piena mercé dei regime che volevano contrastare, in non-luoghi dove i valori della solidarietà e della vita umana venivano cancellati per togliere ad ogni prigioniero la propria condizione di essere umano.

    Questa scelta di campo, che molti di noi oggi non avrebbero il coraggio di fare, fu compiuta da un ragazzo nato nel 1924, cioè diciannovenne. Una scelta rischiosa, che poteva comportare la morte e che è stata mossa in tanti italiani dall’Amore: per le propria famiglia, per gli amici, per la libertà, per ideali di vita politica. Ed è ancora più incredibile se si pensa a chi come Primo seppe ribellarsi contro un regime che ha governato per intero la sua vita, senza che avesse avuto modo di conoscere un “prima” del fascismo.

    Se io ho potuto scegliere nella vita che studi fare, che come vestirmi, chi frequentare, che religione professare e che di che valori diventare attivista è grazie a ragazzi come Primo, che il regime avrebbe voluto plasmare nei propri campioni, in alfieri di una rivoluzione reazionaria e totalitaria, e che invece hanno saputo affrancarsi ed essere liberi, davvero, anche dietro il filo spinato di un campo di detenzione.

    Quanto sarebbe migliore la nostra comunità se avessimo un pizzico dello stesso coraggio? Se non ci piegassimo davanti alle ingiustizie?

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