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    I giovani mussulmani e la foglia di fico della Jihad

    Ora che i riflettori sulla strage parigina si sono spenti e Charlie Hebdo è finito nel dimenticatoio, rimane una domanda di fondo a cui un ragazzo di ventitre anni fatica a trovare una risposta: cosa spinge tanti ragazzi ad abbracciare la causa della Jihad?

    In generale – almeno dalle ricostruzioni fatte da alcune inchieste – i mujahidin del terzo millennio hanno background con alcuni elementi in comune. Sono immigrati di seconda generazione, formalmente cittadini a pieno del paese in cui sono nati ma nella realtà dei fatti emarginati. Vivono alla periferia fisica e metaforica della società e maturano – tra il degrado e l’indifferenza generale – un odio viscerale nei confronti di chi invece ha saputo integrarsi.

    Solitamente chi decide di dedicarsi alla Jihad ha alle spalle un passato da piccolo criminale e non è di partenza un devoto credente. Anzi, il fattore religioso diventa consapevolmente o meno la foglia di fico che giustifica e rende nobile il disprezzo ed il rancore che covano dentro da anni. Nati e cresciuti nel limbo tra la cultura di provenienza che sentono lontana e quella in cui sono cresciuti che non ha saputo accoglierli, Questi ragazzi si avvicinano all’Islam nel tentativo di riscoprire le proprie radici e costruire la propria identità. Attraverso una versione distorta e romantica
    nel senso etimologico del termine, i mujahidin cercano di sacralizzare la propria rabbia incarnandosi in un eroe al rovescio, un martire pronto a qualsiasi cosa pur di poter dar voce alle frustrazione che lo attanaglia.

    Farhad Khosrikhavar, sociologo iraniano, parla di un sessantotto al contrario: alla voglia di libertà e di intensificazione dei piaceri si sostituisce il desiderio di imporsi limiti e di controllare i propri desideri imponendosi norme di valore assoluto e legittimate dalla provenienza divina. I giovani jihadisti cercano conforto nella rigidità di una società islamica che esiste nella teoria e non nei fatti, provano a sentirsi parte di una realtà – quella araba – di cui non conoscono né la lingua né i costumi. L’ Islam deformato diventa un pretesto fondante per il rapporti di contrapposizione in cui intendono porsi nei confronti dell’Occidente.

    Che la religione sia una causa importante ma non determinante nella scelta di numerosi giovani mussulmani di partire per il medio oriente lo dimostra anche la scelta degli obiettivi. Nei due ultimi attentati francesi – quello dello scorso Gennaio e quello che ha colpito Tolosa nel 2012- sono stati colpiti anche mussulmani (il poliziotto Ahmed Merabet nel primo caso ed il militare Imad Ibn Ziaten nel secondo). La volontà di colpire la società eretica nasconde la voglia di rivalersi su chi nella tanto vituperata società ha saputo integrarsi, passando dalla periferia dell’emarginazione all’inclusione della partecipazione alla polis.

    Di fronte ad un dato di questo tipo la retorica politica e buona parte della stampa preferisce però identificare l’islam con il terrorismo, facendo passare in secondo piano quanti ogni giorno lavorano con onestà nella società civile, nei servizi pubblici e nelle amministrazioni dei paesi europei (e sono ben più dei mussulmani occidentali sedotti dall’ISIS e da Al Qaeda).
    Dalla conclusione dell’epoca coloniale i paesi europei non ha saputo mettere a punto un modello di integrazione vincente. I due orientamenti prevalenti – quello francese e quello britannico – hanno dimostrato tutte le proprie fragilità ed insufficienze. L’ Europa non sempre ha saputo trasmettere alle nuove generazioni di migranti i valori su cui è stata fondata ed i paesi dell’Unione, attraverso le politiche islamofobiche adottate dopo l’11 Settembre, hanno favorito la nascita di un terreno fertile entro i propri confini perché l’estremismo potesse mettere radici anche in Occidente.

    Abbiamo interiorizzato una naturale diffidenza verso l’Islam e siamo giunti a chiedere alle realtà che gli fanno capo di prendere posizioni nette (ad esempio sulla parificazione della donna ed in tema di omosessualità) quando le nostre stesse istituzioni non sanno concretizzare quelle visioni e mentre nella quotidianità di ogni giorno coltiviamo una religiosità cristiana tradizionalista e conservatrice, che spesso enuncia principi condivisi nella teoria ma molto distanti dal nostro agire.
    Nonostante questo e senza che servissero le sollecitazioni delle numerose realtà politiche, partitiche ed associative che hanno invitato l’Islam ha condannare il terrorismo, non sono mancate Fatwa pronunciate per condannare la violenza terroristica. Tutte ignorate.

    Tutto l’occidente si è mobilitato per dimostrare la solidarietà e l’unità di fronte all’attentato che ha colpito il cuore della Francia. Quasi nessuno, invece, ha scelto di manifestare od agire per i massacri dei miliziani di Boko Haram o per gli avvelenamenti di massa del 9 Gennaio scorso in Mozambico. La stessa Palestina, oggi ridotta nei fatti ad una prigione a cielo aperto, è ancora un tabù.

    Il mondo mussulmano è qualcosa di lontano da noi, relegato alla dimensione della barbarie e dell’arretratezza. Non ci interessano conflitti di sangue, diritti umani e libertà civili. I giovani figli di immigrati vedono una società disponibile ad indignarsi solo quando viene colpita direttamente e per il tempo strettamente necessario ad aumentare la tiratura di quotidiani e lo share dei programmi di attualità.

    Ci troviamo ad un bivio: abbandonarci all’isteria e mettere in campo severe pene repressive alzando i toni dello scontro, oppure aprire gli occhi e ragionare con la testa piuttosto che con la pancia. Basterebbe capire che non solo non esiste una comunità mussulmana (ma al massimo una popolazione) che trama contro l’Occidente. Esistono estremisti che rappresentano una scheggia del frammentario mondo arabo ma in cui non si esaurisce la ricchezza di una cultura che ha saputo raggiungere grandi conquiste culturali e scientifiche. Sono estremisti che – se dovessimo scegliere la prima via – metteranno radici ancora più profonde nelle nostre periferie. Sono estremisti che sono pronti a nutrirsi del rancore e dell’emarginazione per ingrossare le proprie fila. Sono estremisti che aspettano solo che un’Europa vecchia e stanca si faccia trascinare dagli USA in una guerra tradizionale contro avversari che di tradizionale non hanno nulla, anziché ripensare ad un modello di integrazione che superi il disagio ed il disorientamento dei giovani immigrati di seconda generazione.

    Dobbiamo rimettere in discussione le regole del vivere “assieme” (anche tra di noi) definendo il perimetro di valori comuni e collettivi su cui fondare una società di convivenza e non di scontro.