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    Il Lupo che è in Me

    Una settimana fa a Manerbio il centro del paese è stato invaso da una miriade di cappuccetto rosso. Tante persone che hanno scelto di condividere con noi la nostra serata, gratificando con la loro partecipazione l’impegno di associazioni, volontari e di insegnanti che – di concerto con l’Assessorato alla Cultura – si sono generosamente messi a disposizione dei più piccoli.

    Non voglio ripercorrere la storia della Notte delle Fiabe, la sua crescita o limitarmi al doveroso “Grazie” che devo a quanti mi hanno dato una mano, partendo da Giambattista. Vorrei parlare, invece, del significato profondo di quello che abbiamo proposto.

    Questa iniziativa, al pari di tutte quelle che seguo e cerco di portare avanti, ha un messaggio che cerca di trasmettere, ed un senso profondo e di fondo che collega tutte le iniziative raccolte nella stessa rassegna.

    Quello che volevamo far emergere, con la scelta di una storia sottovalutata e solo apparentemente banale come Cappuccetto Rosso, è riassumibile nel titolo del quadro di Armida Gandini che è stato ospitato nel nostro Salone: Il Lupo che è in me.

    Siamo umanamente portati a “liberarci da ogni colpa”, proiettando le responsabilità negli altri, e riconoscendo “il male” in chi ci fa qualche sgarbo o si comporta scorrettamente. Finiamo per fingere che il problema siano sempre gli altri, e finiamo per volerli “esiliare”, tenere fuori dalla nostra vita.

    Ma la prima cosa che Cappuccetto Rosso – la favola vera – insegna, è che il male non si può eliminare. Nella prima versione, quella di Perrault – addirittura il Lupo si mangia la bambina, e non c’è alcun lieto fine. Infatti: «Cappuccetto Rosso si spogliò ed entrò nel letto, dove ebbe una gran sorpresa nel vedere com’era fatta la sua nonna, quando era tutta spogliata. E cominciò a dire: “O nonna mia, che braccia grandi che avete!”. “Gli è per abbracciarti meglio, bambina mia.” “O nonna mia, che gambe grandi che avete!” “Gli è per correr meglio, bambina mia.” “O nonna mia, che orecchie grandi che avete!” “Gli è per sentirci meglio, bambina mia.” “O nonna mia, che occhioni grandi che avete!” “Gli è per vederci meglio, bambina mia.” “O nonna mia, che denti grandi che avete!” “Gli è per mangiarti meglio.” E nel dir così, quel malanno di Lupo si gettò sul povero Cappuccetto Rosso, e ne fece un boccone.
    La storia di Cappuccetto Rosso fa vedere ai giovinetti e alle giovinette, e segnatamente alle giovinette, che non bisogna mai fermarsi a discorrere per la strada con gente che non si conosce: perché dei lupi ce n’è dappertutto e di diverse specie, e i più pericolosi sono appunto quelli che hanno faccia di persone garbate e piene di complimenti e di belle maniere
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    Nella Versione dei Fratelli Grimm la bambina viene salvata, ma il Lupo non muore. La sua pancia viene cucita, e un altro Lupo insidia Cappuccetto Rosso, lungo il sentiero che attraversa il bosco.

    La seconda cosa importante è che per crescere ognuno di noi non può vivere sotto una campana di vetro ma deve “attraversare” il male. Cappuccetto Rosso e la Nonna – che pur essendo adulta non è capace di riconoscere il pericolo – diventano adulte solo quando escono dalla pancia del Lupo. Devono essere “divorate”, appunto. Per certi versi il male non solo esiste, ed è ineliminabile, ma dobbiamo entrarci in contatto per imparare a conoscerlo e ri-conoscerlo affinché possa essere tenuto poi lontano.

    Proprio i Fratelli Grimm scrivono: «Si racconta poi che Cappuccetto Rosso tornò un’altra volta dalla nonna a portarle dell’altro cibo appena sfornato, quando un altro lupo l’avvicinò, cercando di convincerla ad abbandonare il sentiero; ma Cappuccetto Rosso non ci cascò e andò dritta dalla nonna. Le raccontò di aver incontrato il lupo, e che questi le aveva augurato il buon giorno, ma che l’aveva fissata con aria cattiva: “se non fossimo stati nella pubblica via, probabilmente mi avrebbe divorata” disse. La nonna rispose: “vieni, chiudiamo bene a chiave, così non potrà entrare.”»

    C’è un ultimo tema, più intimo, che riguarda Cappuccetto Rosso. È quello che abbiamo provato a concretizzare alla fine della Notte delle Fiabe. Ad ogni bambino è stato chiesto di posizionare un quadratino nero in un grande foglio bianco. Come piccole tessere di un mosaico, pezzo dopo pezzo, i bambini hanno contribuito a disegnare un lupo enorme. Perché?

    Perché in ognuno di noi c’è il Lupo. La capacità, dopo aver “attraversato il Male” è di saper fare i conti con ciò che abbiamo dentro.

    I Lupi più grandi hanno poi una caratteristica: non nascono grandi e non arrivano da soli. No: sono la somma di tante piccole azioni, di tanti piccoli Lupi che ci sono già e sono dentro di noi.

    E’ il lupo dentro di me.