• Il tifo di Pulcinella

    Provo a mettere in fila due considerazioni. La questione è quella di Napoli e del (presunto) stupro. L’uso delle parentesi non è casuale.

    L’analfabetismo civico che affligge oggi la stampa e gli italiani tende a manifestarsi sempre di più alla luce del sole senza vergognarsi della propria insita brutalità.

    Da un lato abbiamo una ragazza che, come donna, rappresenta una categoria fragile nella narrazione della stampa oggi. Ma è una fragilità che non viene protetta, anzi, si “spezza” se non incontra qualche rappresentante di una categoria ancor più debole. I fatti di Napoli sono l’esempio: se a compiere il (presunto) stupro fossero stati tre stranieri oggi ci sarebbero i social pieni di gente pronta ad imbracciare torce e forconi per amministrarsi da sola la propria (in)giustizia, senza necessità di giusto processo. Invece la povera ragazza ha incontrato sulla sua strada una categoria ben più forte: tre maschi bianchi ed italiani. Quindi niente, per una buona fetta di quella popolazione che sarebbe stata pronta a fare lo scalpo al “Moro” la sua testimonianza e la sua accusa contano molto poco di fronte a quei ragazzi che, in quanto italiani, sono bravi per antonomasia.

    Dall’altro lato ci sono i tre ragazzi. Tre ragazzi che per ora non sono entrati nei radar della politica, se non marginalmente, ma che di fatto sono stati a loro volta “vittime di violenza”. Perché l’opinione pubblica è vorace, ha bisogno di sapere e di vedere. Non basta raccontare il fatto: serve conoscere nome e cognome degli imputati e poter vedere bene in faccia chi sono. Quante persone sono hanno subito un processo, sono state assolte, ma grazie alla leggerezza con cui sono state date in pasto all’opinione pubblica hanno avuto la vita rovinata? Quante copie in più vale il diritto alla presunzione di innocenza di un imputato? Perché ad oggi il rischio è di peccare di contrappasso: finire per ritenere fin da subito quei ragazzi colpevoli quando – a prescindere da quanto siano schiaccianti le prove – la nostra civiltà giuridica dovrebbe spingerci a dire sempre e soltanto una cosa: qualsiasi cittadino è innocente fino all’ultimo grado di giudizio, fino a quando un Tribunale, all’esito di un giusto processo, non dice l’ultima parola e stabilisce la verità giudiziaria.

    Invece oggi viviamo la divisione in opposte fazioni, in tifoserie di ultras a cui ad un certo punto nemmeno interessa più se la ragazza sia stata stuprata e fosse consenziente. Non interessa più che i ragazzi siano colpevoli od innocenti. Interessa solo una cosa: creare divisioni e contrapposizioni, “noi” da un lato, “loro” dall’altro.

    Ma abbiamo sempre davvero bisogno di un nemico?