• Intrecci di Pace

    La prima iniziativa che Manerbio ha organizzato per la Giornata Mondiale della Pace è andata bene, nonostante il pochissimo preavviso. Mi piace aprire il 2019 su questo blog parlando di questa bella iniziativa, con cui abbiamo voluto cominciare questo nuovo anno con il piede giusto.

    Grazie alla collaborazione di don Alessandro, di tante Associazioni e di diversi volontari siamo riusciti a mettere in piedi un bel momento di Comunità, dove simboli e parole si sono “intrecciate” per cominciare a disegnare la trama (ambiziosa) di questo nuovo 2019. Tra questi anche una pianta di cachi, diventata simbolo di Pace. Infatti, come viene raccontato in modo più diffuso QUI, è stata proprio un albero di questo tipo a resistere alla distruzione letale della bomba atomica, piovuta su Nagasaki il 9 agosto del 1945, e la sua guarigione ha incarnato l’idea dei germi di pace che possono germogliare dalle macerie della guerra.

    Tante, tantissime persone hanno partecipato! Qui, sotto alle due foto che voglio condividere per dare il senso di questa bella presenza, riporto i saluti con cui ho aperto la manifestazione.

    Buongiorno a tutti e benvenuti a questa Giornata della Pace, la prima che Manerbio festeggia in maniera così attiva e collettiva.

    Poche ore fa ci siamo lasciati alle spalle il 2018. Oltre alla vicende personali che ognuno di noi ha vissuto, e su cui abbiamo già sicuramente tracciato un bilancio, quello che si è chiuso è stato un anno importante. Abbiamo ricordato a pochi passi da qui il centenario dalla fine della Grande Guerra. Una ricorrenza che abbiamo voluto vivere non come esaltazione della vittoria, ma come memoria del dolore che ha attraversato la nostra Comunità e delle sofferenze che le guerre inevitabilmente portano. Nel Piccolo Teatro abbiamo letto – insieme e con la voce spezzata – i nomi dei 100 giovani manerbiesi che persero la vita in una guerra che poteva essere evitata, un’intera generazione di nostri concittadini che è scomparsa, lasciando dietro di sé un vuoto, e che avremmo invece potuto dare tanto alla Comunità.

    E’ stato anche l’80° anniversario dalla promulgazione delle leggi razziali, che hanno condannato a morte molte, troppe persone innocenti nella nostra amata Italia. A condurre interi treni di uomini, donne, anziani e bambini verso i campi di sterminio però non è stata soltanto la crudeltà di chi ha eseguito gli ordini, nella convinzione che esistesse una razza superiore ad ogni altra, ma l’indifferenza di un intero paese che non sempre ha saputo mettere valori come la Giustizia e la Solidarietà davanti alla propria tranquillità personale. Quelli leggi hanno portato nella nostra città, negli anni ‘40 del secolo scorso, Silvia Vegetti Finzi, oggi professoressa universitaria di fama internazionale ed allora una bambina ebrea, impaurita, allontanata da quasi ogni membro della sua famiglia ed in particolare dal padre. Nell’80° anniversario dall’emanazione delle leggi razziali Silvia ha re-incontrato nel salone d’onore di questo palazzo le sue compagne di classe dopo decenni di lontananza e proprio loro ha richiamato al compito di essere testimoni dei tempi. A loro ha chiesto di ricordare ogni giorno ai propri figli e ai propri nipoti cosa ha significato la guerra, la paura del diverso, la fame e la morte che nella nostra città, durante bombardamenti e mitragliamenti della seconda guerra mondiale, ha mietuto diverse vittime tra i civili, tra cui un bambino.

    Il 2018 è stato però anche l’anno del 70° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. In quel documento è stato sancito, ufficialmente, il valore supremo della Vita Umana, di ogni vita umana. Quanto è stato scritto allora nero su bianco, però, non ha impedito alle guerre di continuare a insanguinare quasi ogni continente. Qualche anno dopo l’adozione di questa dichiarazione Paolo VI, di fronte alle Nazioni Unite, ribadì con forza che se l’umanità non avesse messo fine alla guerra, sarebbe stata la guerra a mettere fine all’umanità. Forte di questa convinzione, urlò a quell’Assemblea e al mondo intero: “mai più la guerra, mai più la guerra

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    La stessa frase la trovate alle vostre spalle.

    È scritta nella pergamena che la Statua di Minerva tiene in mano, srotolata. E’ significativo credo che la raffigurazione della dea della Sapienza, a cui il nome e la storia di Manerbio sono indissolubilmente legati, tenga queste parole tra le mani. Ciò non può essere che un invito, per arrivare alla ragione per cui siamo oggi qui, è quello di non rimanere alla finestra. Di non de-responsabilizzarsi pensando che la pace sia una questione che riguarda solo i capi dei governi. La Pace è prima di tutto una pratica personale e quotidiana. E’ lo sforzo di vivere bene i nostri rapporti di vicinato, di resistere alla tentazione del conflitto e della contrapposizione. E’ l’impegno ad andare oltre l’egoismo del proprio piccolo orticello o – per richiamarci al titolo di questa giornata – del proprio filo ma abbracciare l’idea di costruire relazioni di comunità e legami di pace. Solo intrecciando la nostra vita a quella di chi ci sta accanto possiamo arricchirci e arricchire la nostra comunità.

    Solo accettando la sfida di stare insieme possiamo costruire la città in cui desideriamo vivere, la nostra Manerbio ideale.