• Quando la matematica non è un’opinione

    La Scuola è il cuore di una comunità. Lì i bambini crescono, imparano, gli vengono trasmessi i valori su cui fondare la propria vita e gli strumenti per capire la realtà che li circonda. A scuola nascono amicizie e si sviluppano relazioni anche tra i genitori, gli insegnanti e quanti ci gravitano attorno.

    Dalla scuola spesso partono  proposte, idee e progetti che si aprono alla città e che la cambiano (in meglio).

    Proprio per questo trovo indegno e imbarazzante cercare di  colpire la scuola per acchiappare qualche facile like montando una polemica inutile oltre che infondata, come è stato fatto nei giorni scorsi. Qualcuno sta cercando di radicare l’idea di un “noi” e di un “loro”, funzionale a racimolare qualche consenso in vista del 2018, e lo fa sulla pelle dei bambini.

     

    Sì è infatti diffusa la notizia che in una classe prima della Scuola di via Galliano su 22 alunni 14 sarebbero stranieri. Qualche movimento politico ha fatto i salti di gioia, potendo così incoccare nuove frecce al proprio arco e continuare a raccontarci che ci stanno invadendo. E hanno fatto seguito commenti poco edificanti di cittadini e qualche genitore.

    È l’ennesimo tentativo di continuare a raccontare di Manerbio come se fosse una città distrutta, degradata e abbandonata sé in cui non funziona nulla. Una storia ben diversa dalla realtà: Manerbio è una città in cui i problemi e le difficoltà sono tante ma ci si sta rimboccando le maniche (l’Amministrazione, sì, ma anche le associazioni tanti cittadini e volontari di ogni colore politico) per provare ad affrontarli risolvendoli.

     

    Se i bambini stranieri fossero effettivamente 14 su 22 cosa si potrebbe fare? Dovremmo decidere che sono più importanti le percentuali delle indicazioni degli insegnanti in base a cui vengono fatte le classi? Oppure, se i bambini stranieri in totale fossero più del 30% consentito cosa dovremmo fare? Lasciarne a casa alcuni e fingendo che la frequenza della scuola sia un obbligo morale prima ancora che di legge? Dovremmo trasformare la scuola nel luogo dell’esclusione anziché dell’inclusione?

     

    In realtà non serve trovare una risposta a queste domande. Sarebbe bastato un secondo per verificare che in realtà i cittadini stranieri sono solo 8 su 22 perché tra quei 14 bambini 6, di straniero, hanno solo il cognome e sono cittadini italiani a pieno titolo.

    Ovviamente, come è prassi per chi buttato benzina sul fuoco, non ha cercato di verificare la voce preferendo correre a dare l’allarme e acchiappare qualche like. E chi pure ha saputo del fatto che effettivamente la situazione era diversa ha trovato una nuova motivazione per il suo sdegno: se il cognome è straniero non conta nulla la cittadinanza, la persona rimane straniera.  Come se fosse il cognome e non la nostra storia personale a definire chi siamo e in quale paese abbiamo il nostro cuore e le nostre radici.

     

    Chiunque creda che a decidere la nazionalità debba essere il cognome e non la storia, ripensi alle olimpiadi di Rio, perché credo che un ragazzo nato in Italia ma figlio di genitori stranieri ci abbia insegnato qualcosa a proposito dell’essere italiani.

Lascia un commento.