• Le idee valgono quello che costano

    Vorrei dire che sono colpito da come la discussione sullo Ius soli sia finita nel dimenticatoio, ma direi una bugia. Sommersa dalla legge elettorale, dalla vittoria del centrodestra in Sicilia, dalle vicende giudiziarie di Berlusconi, dalla morte di un boss mafioso fino all’assegnazione dell’EMA. Prima di dire cosa ne penso – e credo che chi mi conosce lo possa benissimo intuire – spiego al volo di cosa stiamo parlando, per smontare ogni chiacchera da bar.

    Se sai già come funziona, puoi saltare tutto lo spiegone.

     

    Come funziona oggi in Italia?

    La legge di riferimento è del 1992 e prevede che sia cittadino italiano solo chi nasce da almeno un genitore italiano. I bambini figli di stranieri nati in Italia, diventano cittadini al 18° anno di età, se lo chiedono e se hanno abitato ininterrottamente nel nostro paese. È il cosiddetto Ius sanguinis, cioè il diritto del sangue.

     

    Di cosa si sta parlando oggi in Italia?

    Partiti, giornali, gli amici che si incontrano al bar raccontano ognuno una sua versione. Ius soli significa “diritto del suolo”. In quel sistema diventa automaticamente di uno stato chi nasce nel territorio di quel paese. Questa regola vale ad esempio in Canada e negli USA. Non è quello che succederebbe in Italia se fosse approvata questa legge. Ancora una volta una scelta infelice del nome crea più confusione del dovuto.

     

    Cosa succederebbe in Italia se fosse approvata questa legge?

    Sarebbe cittadino italiano chi nasce da genitori europei ma almeno uno di loro è residente nel nostro paese da almeno da 5 anni.

    Se il padre o la madre non sono cittadini europei, il bambino diventa cittadino italiano se almeno uno dei genitori:

    1. Ha una casa idonea rispetto ai requisiti di legge;
    2. Deve avere un reddito pari all’assegno sociale (5.800€ circa);
    3. Deve superare un test della lingua italiana;

     

    Oltre a questo Ius soli condizionato, è previsto un Ius culturae. È una previsione che va in contro ai ragazzi arrivati in Italia quando erano piccoli ma che  qui non sono nati. Questi potranno diventare cittadini italiani se:

    1. Arrivano prima dei 12 anni, sono residenti da almeno 5 e completano un ciclo scolastico (scuole elementari o medie).
    2. Arrivano tra i 12 ed i 18 anni, sono residenti da almeno 6 e completano le scuole superiori.

     

    Detto questo.

     

    Io sono favorevole a questa norma. Di solito in politica chi ha un incarico tende ad essere ambiguo. Non prende posizioni nette se non sono particolarmente popolari, sta zitto quando si ha un’opinione impopolare. Questo perché avere una posizione significa scontentare inevitabilmente qualcuno e – di conseguenza – mettere a rischio la possibilità di mantenere o conquistare con tranquillità una posizione politica. Io in questi anni ho sempre provato ad essere chiaro sulle mie posizioni personali, e trasparente. Lo voglio essere anche su un tema dannatamente impopolare. Credo che sia fondamentale avere il coraggio delle proprie idee su una questione come questa, anche se ha un prezzo da pagare alle prossime elezioni.

     

    La posizione del militante Pd moldavo rilanciata dai giornali, che diceva che non per il bene del nostro partito non fosse il momento per impegnarsi sul tema della cittadinanza agli stranieri, mi sembra una grandissima stupidaggine.

     

    Dobbiamo prenderci la responsabilità di fare la cosa giusta. Anche perché è inutile nascondersi dietro un dito: se mancherà il coraggio di votare questa legge, anche a costo di perdere il seggio, saremo in parte colpevoli di non aver fatto nulla per facilitare l’integrazione piena e completa di chi si trova a metà strada. Non è ufficialmente riconosciuto come cittadino italiano, ma conosce bene la lingua, condivide i nostri valori e gioca con i nostri ragazzi. È invece considerato cittadino di uno stato che non ha mai visitato o ha visto per qualche settimana, durante le vacanze. Di cui conosce la lingua più o meno come conosce l’inglese e in cui non ha mai stabilmente vissuto.

    Possiamo scegliere se lasciare questi giovani in mezzo al guado, tra due nazionalità che non i riconoscono pienamente. Oppure se con coraggio contrastare alcune delle ragioni che portano all’emarginazione e alla radicalizzazione stabilendo criteri certi. Anche se questo ha un prezzo.

     

    Mino Martinazzoli diceva:

    Le idee valgono per quello che costano, non per quello che rendono

     

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