Valorizzare il nostro patrimonio artistico è un mantra che sentiamo ripetere spesso. È qualcosa su cui tutto possano essere d’accordo, ma quando si entra nel merito della questione e di cosa significhi valorizzare, le cose cominciano a rivelarsi più complicate di quanto non sembri.

A volte la medicina rischia di uccidere il paziente, anzichè curarlo e per molti versi è quello che succede nel nostro paese. La grande attenzione riservata alla tutela – nettamente superiore a quella accordata alla valorizzazione – rischia di diventare ideologia, trascendendo la realtà e anzi lavorando a prescindere dalla realtà.

L’eccessivo zelo delle Soprintendenze e dei funzionari ministeriali nell’apporre vincoli e restrizioni sulla fruizione e la circolazione di beni culturali rischia di “ingessarli” più che proteggerli.

Da un lato, quindi, il destino della maggior parte di questi oggetti è di finire in un’anonima vetrina museale tra molti altri o di venir stipati in magazzini, lontano dalla possibilità che vengano fruiti. Dall’altro i beni privati rischiando di perdere il proprio valore e di diventare un onere a cui il proprietario non può far fronte e di cui non può liberarsi, determinando il deperimento del bene culturale.

Se è vero che questi oggetti non hanno un valore intrinseco in sé ma in relazione alla comunità da cui provengono e al significato storico e artistico di cui sono portatori, una visione esclusivamente conservativa rischia di limitarne la portata sociale venendo meno alla missione principale di ogni politica culturale moderna.

La normativa italiana in materia di beni culturali risente ancora fortemente delle proprie origini fasciste. Dopo un lungo dibattito che aveva attraversato la prima fase di vita del Regno d’Italia, l’emanazione della l.n. 1083/1939 – passata alla storia come Legge Bottai – ha posto le basi fondamentali che vivono ancora oggi attraverso il Codice dei Beni Culturali, basi connotate da un forte sbilanciamento verso l’interesse dello Stato e molto poco concilianti con il godimento della proprietà privata. È lì che nasce il procedimento di notifica ancora oggi in vigore.

La circolazione di quelli che sono beni culturali o che si presume possano esserlo non è libera. Non lo è sul territorio nazionale, dove per il loro spostamento è richiesta una comunicazione alla Soprintendenza competente per territorio, e non lo è a maggior ragione oltre i confini italiani.

L’esportazione di ogni bene mobile che a) abbia un valore superiore a 13.500€ e che b) sia stato realizzato da un autore scomparso 70 anni fa è sottoposta all’autorizzazione dell’ufficio appositamente costituito presso il Ministero dei Beni Culturali e del Turismo (MiBACT).

A seguito della richiesta di autorizzazione si apre un’istruttoria (chiamata “di riconoscimento di un interesse culturale particolarmente importante” quando si tratta di beni di proprietà privata e “di verifica” quando si tratta di beni pubblici poiché opera la presunzione che si tratti di beni di valore). Questo procedimento amministrativo ha due possibili conclusioni:

  • Il bene non viene riconosciuto come di interesse artistico-culturale, e può quindi lasciare il territorio nazionale;
  • Il bene viene notificato, cioè al proprietario viene notificato il provvedimento amministrativo con cui si riconosce/verifica il valore rilevante del bene che da quel momento non può piu lasciare l’ Italia se non in forma temporanea.

La prima conseguenza delle notifica è un crollo del valore dell’oggetto in questione, che si attesta attorno al 60%. L’opera diventa infatti poco interessante per eventuali acquirenti esteri che potrebbero acquistarla ma sarebbero costretti a tenerla in Italia. La seconda è quella di onerare il proprietario degli obblighi che ne derivano (in particolare quelli di conservazione del bene) che comportano costi spesso impegnativi e non sempre accessibili. Ciò determina il deperimento – nei fatti – del bene la cui cura sia troppo impegnativa e il valore consistente renda difficile poterlo vendere all’interno dei confini nazionali.

ltri paesi in Europa prevedono una disciplina analoga a quella italiana, ma caratterizzata da una differenza sostanziale: lo Stato che riconosca l’importanza storica e artistica di un’opera in fase di esportazione non può vincolarla a vita. Deve infatti esercitare acquistarla entro un termine (6 mesi nel Regno Unito, 30 in Francia). Se non lo fa l’opera è libera di lasciare il paese, senza un’eccessiva compressione del diritto di proprietà dell’aspirante venditore.

L’Italia rivendica invece il potere dello Stato di bloccare un’opera gravando di obblighi e oneri il proprietario, senza dimostrare attualmente di riconoscere il valore di tale bene. L’asimmetrica gratuità del vincolo per la Pubblica Amministrazione fa sì che le Soprintendenze e il Ministero, in ogni caso incerto, optino per la prudenziale notifica vincolando quindi alla permanenza su un territorio ricco di arte e storia come il nostro beni che non sempre sono “di particolare interesse” e che finiscono per non essere adeguatamente valorizzati.

Le stesse case d’asta ed i dealer possono essere ben poco attrattivi a fronte di una normativa così rigida, che demotiva l’arrivo in Italia di potenziali acquirenti esteri e che espone i più temerari al rischio di vedersi notificata un’opera. Non è un caso se le opere principali – come il Salvato Mundi negli scorsi anni – non visitino il nostro paese per timore di essere imbrigliati nelle maglie del procedimento di notifica.

I problemi sembrerebbero limitati però “al passato”, ad opere di artisti non più viventi e di valore superiore a 13.500€. Non è purtroppo così.

Anche rispetto agli artisti viventi il nostro paese non riesce ad essere un punto di riferimento. Pur avendo una diffusione capillare delle Gallerie d’arte – unica al mondo e tale da rendere impossibile parlare di un’unica “piazza” nazionale, come avviene per altri paesi – il mercato dell’arte non decolla.

La normativa fiscale nazionale in materia di arte riconosce ad esempio il diritto di seguito, che spesso può diventare un fastidioso aggravio di costi. Tale diritto è la concreta possibilità dell’artista di guadagnare dall’aumento di valore della propria produzione artistica in ogni passaggio successivo alla prima vendita, con una percentuale sul prezzo pagato se superiore a quello corrisposto nel passaggio precedente. L’entità di tale diritto ben superiore a quella praticata nel Regno Unito e si attiva di fatto subito. Se una galleria infatti compra dall’artista il quadro, già alla prima “vera” vendita si praticherà il diritto di seguito, quando di fatto ancora l’opera non ha incrementato il proprio valore, incidendo sui costi a carico del cliente o erodendo il margine di guadagno della galleria.

Non solo: la tassazione è più alta sia nel mercato interno (22% di IVA contro il 17% di Germania e Paesi Bassi) sia in caso di importazione (10% in Italia contro il 5% circa in Francia e Gran Bretagna).

Negli Stati Uniti la filantropia è scelta etica ma soprattutto economica, grazie ad ingenti vantaggi fiscali. In Italia, invece, le vendite di opere tra privati sono “neutre”, entro certi limiti esenti da tassazione ma anche prive di agevolazioni fiscali,

Queste particolari condizioni rischiano di ingessare l’Italia. La vincolano al passato, ingessandola in una burocrazia che non permette davvero d valorizzare i beni culturali ma li trasforma anzi in onerosi fardelli e tarpano le ali al futuro. Le prospettive di artisti e di dealer sono soffocate da una tassazione elevata, poco attrattiva e penalizzante rispetto al resto del mercato contemporaneo europeo, costringendo le gallerie ad avere sedi all’estero e i giovani a spostarsi in piazze più favorevoli.

La volontà di Franklin Lloyd Wright di realizzare un edificio nel suo peculiare stile nel pieno centro storico a Venezia a metà del secolo scorso fece nascere un dibattito acceso sul destino di Venezia, divisa tra un museo a cielo aperto del passato e una città viva. Da quel dibattito si sviluppò una consapevolezza dell’importanza del tema nell’opinione pubblica. Lo stesso non si può dire della condizione normativa dei beni culturali e del mercato dell’arte.

Manca la consapevolezza da parte di tutti di quanto il nostro paese sia ingessato e del rischio che corre di dover vivere del ricordo di un glorioso passato in decadenza anziché sviluppare gli strumenti per valorizzarlo – attualizzandone il linguaggio a quello contemporaneo – e creando un clima favorevole per operatori dell’arte e giovani artisti.

Come poter cambiare le cose?

È necessario un radicale cambio di rotta nelle politiche del settore, estendendo e continuando il cambiamento che il ministro Franceschini ha innescato a partire dal 2014 nel settore dei musei.

In particolare servirebbe:

  • Prevedere una tassazione agevolata per l’importazione di opere d’arte, avvicinandosi per quanto possibile a quella francese che – dopo la sua riduzione nel 2017 – ha determinato un aumento delle opere acquistate all’estero e portate nel paese;
  • Ridurre il diritto di seguito per favorire la circolazione delle opere (probabilmente nei prossimi mesi il Regno Unito lo eliminerà definitivamente) ed esentare la prima vendita del dealer al mercato, che oggi risulta “seconda” poichè succede a quella dell’artista alla galleria;
  • Introdurre la possibilità di scaricare almeno in parte l’acquisto di opere d’arte e la loro donazione a musei e istituti di cultura, così da invogliare il commercio e offrire una modalità di natura culturale – più flessibile e magari meno premiale dell’attuale Art bonus – per poter ottenere benefici fiscali. Il peso sui conti dello stato sarebbe con ogni probabilità limitato perchè già oggi le aziende provvedono a scaricare costi, semplicemente ricorrono ad altre modalità;
  • Avvicinare alla disciplina europea la procedura di notifica, onerando lo stato di formulare un’offerta di acquisto o obbligandolo ad esercitare il diritto di prelazione a pena di decadenza entro un ragionevole lasso di tempo per non vincolare in eterno un’opera che non può essere valorizzata e nemmeno conservata nel nostro paese e dal suo attuale proprietario;
  • Favorire il prestito e la circolazione della grandissima parte di reperti che affollano i magazzini museali e che, in contesti nazionale culturalmente più poveri o caratterizzati da una soluzione di continuità nella loro storia documentata, potrebbero adeguatamente valorizzarli accrescendo l’attenzione estera e dei semplici cittadini verso l’Italia.

Non è una strada semplice, nè le soluzioni sono “immediate”. Rappresentano però poche idee di base per poter riavviare il sistema e passare dall’estero “pezzo da museo” a protagonista della vita culturale mondiale, hub influente di relazioni con il resto del mondo.

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