• Paracadutati

    Paracadutati

    Ho voluto aspettare fino a lunedì per dire quello che penso. Credevo fosse saggio dormirci sopra, ragionare a bocce ferme e senza assecondare le escandescenze delle prime ore. Posso dire che non ha funzionato. Il senso di delusione, smarrimento e nausea non è diminuito, né ho trovato una buona ragione che giustificasse quello che è successo. Ancora una volta stiamo assistendo al fenomeno dei paracadutati, cose che ricordano la Lega dei tempi d’oro, che candidò Renzo Bossi proprio a Brescia.

    Ovviamente parlo delle liste per le elezioni del 4 marzo del Partito Democratico. Liste su cui non ho alcun interesse personale né di “corrente”, se così si può dire. Liste su cui posso quindi avere una posizione libera, personale e disinteressata. La posso avere anche perché avendo sostenuto Renzi dal 2012 in poi non posso essere accusato di simpatie con la minoranza intera del partito.

     

    Una parte del problema è sicuramente colpa nostra. Le consultazioni territoriali sono stati momenti in cui si è detto tutto e il contrario di tutto. Non è stata fatta una valutazione di merito sui nomi, finendo per mettere a disposizione una rosa così ampia da rendere poco pesanti le candidature e non dire in modo chiaro quale fosse l’orientamento del territorio. Al netto delle posizioni eleggibili ma non sicure era chiaro che alcuni deputati uscenti fossero sicuri. Avevano lavorato bene, erano stati (ma soprattutto state) sul territorio e non avevano mai mancato di portare la voce del territorio, la nostra voce a Roma. Quei nomi però nella lista definitiva sono scivolati. Dalle posizioni che secondo tutti avrebbero dovuto occupare si sono spostati in fondo alle liste, condannati – quasi sicuramente – a non raccogliere i frutti del lavoro di anni.

     

    È impossibile pensare che la cosa sia giusta. Scorrendo le liste che  stanno già circolando, che si possono dare per ufficiali, è impossibile non essere delusi. I garantiti attraversano tutta l’Italia con le proprie candidature. Maria Elena Boschi, di origine aretina, correrà per l’uninominale a Bolzano, mentre sarà nella quota proporzionale nel Lazio ed in Lombardia in posizione eleggibile. Nemmeno sfiora la sua regione d’origine. Lo stesso si può dire di Piero Fassino, candidato in Emilia Romagna nonostante le origini piemontesi e il ruolo di Sindaco di Torino. Nel nostro piccolo anche il quadro lombardo è desolante. Basta vedere i seggi al senato, dove oltre alla candidatura di Valeria Fedeli, che è a capo della lista del plurinominale anche in altre regioni, le posizioni eleggibili di 3 collegi su 5 sono occupate da SimonaMalpezzi.

    La logica di queste liste è chiara quanto semplice: privilegiare logiche di corrente. Garantire fedelissimi e dare alle minoranze interne e agli alleati il minimo indispensabile. E per far sta tutto in equilibrio la soluzione è il paracadutaggio disperato e senza vergogna. Toscani vengono candidati in Trentino, Piemontesi in Emilia Romagna, Emiliani in Lombardia, Liguri in Toscana e via dicendo. Una frotta di uomini e donne che corrono attraverso lo Stivale alla ricerca del collegio che meglio possa garantire l’arrivo (od il ritorno) a Roma, destinazione ultimo di questo paracadutaggio estremo.

     

    È una scelta folle in un momento come questo. La sfiducia dei cittadini nelle istituzioni repubblicane la si combatte con candidati autorevoli e radicati nei territori. Come possiamo pensare di combattere l’astensionismo e di intercettare i voti degli indecisi se presentiamo a Palazzolo sull’Oglio, in provincia di Brescia, una candidata di Imola? Come pensiamo di motivare i circoli e chi ci è vicino se non ascoltiamo la loro voce ma imponiamo candidature discutibili nel metodo e nel merito?

     

    Credo che questa situazione ci dica due cose.

    La prima è che esiste una distanza  siderale tra Roma, tra la dirigenza nazionale cioè, ed i territori. Le indicazioni dei circoli sono state calpestate, ed il lavoro dei singoli parlamentari è stato completamente ignorato nella composizione del quadro. Hanno contato i sondaggi, le proiezioni sui collegi e la vicinanza ai leader di riferimento.

    La seconda  considerazione che mi sento di fare è che siamo ad un bivio. Credo che questa modalità di scelta per le liste elettorali non aiuterà il PD anzi, renderà più grande e drammatica la sconfitta alle urne. Non vedo spazi per intervenire e correggere la situazione ora, in prossimità della presentazione delle liste: la scelta su che strada prendere, su quale lato del bivio imboccare arriverà dopo il 4 marzo. Vogliamo continuare su questo percorso dove le relazioni personali e di corrente valgono più del valore oggettivo e del consenso del singolo candidato? Oppure pensiamo che il territorio debba essere valorizzato e che in questa fase politica serva puntare sull’autorevolezza e sul radicamento dei candidati e della classe dirigente?  Ai paracadutati buona fortuna, perché il loro atterraggio a Roma sia sicuro e non disturbato dalla base, dagli attivisti e dagli elettori.

     

    Quando nel 2012 decisi di appoggiare Renzi lo feci per scardinare un certo modo di fare politica e di gestire il partito. Oggi, ad anni di distanza, torno a sentire gli spifferi gelidi delle correnti.

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