• Parole ostili

    I fatti e le parole di questi giorni hanno del surreale. E non perché non condivida nel merito le idee in campo (anche questo, sì). Le cose incredibili sono due: le continue giravolte e  le parole ostili che stanno saturando l’aria.

    L’Italia è un paese che fatica a sentirsi una comunità. Succede a livello nazionale, a livello regionale – dove l’identità è davvero incompiuta – nelle province, dove prevalgono i campanilismi ed in tantissimi comuni. È una realtà dove le relazioni umane non sono sempre facili, dove l’egoismo prevale sul bene comune (anche nella quotidianità).

     

    In un contesto così socialmente lacerato è facile che una scintilla possa innescare un incendio.

    E questa scintilla, che ha fatto divampare un incendio potenzialmente pericolosissimo, è l’uso del linguaggio di odio contro Sergio Mattarella.

    Si può ritenere che la sua scelta di bloccare il nome di Savone sia stata opportuna o inopportuna, ma ciò che è certamente fuori di discussione è che fosse lecita. Cioè che sia costituzionale che un Presidente ponga il veto sulla nomina di un ministro. Questo dato di fatto – dimostrato involontariamente anche da Toninelli – non ha impedito che Di Maio lanciasse i suoi strali e aizzasse le folle contro il Quirinale.

    È stato un attacco di una violenza inaudita alla colonna portante del nostro sistema di governo. E questo assalto è stato condotto istigando la più becera violenza verbale, che è stata abbondamente riversata su Sergio Mattarella.

     

    Questo episodio non è che l’ultima escalation di un processo che dura da anni. Anzi, di più processi che correndo in parallelo hanno finito per confluire in uno stesso flusso.

    Il primo è addirittura antecedente all’Unità d’Italia. Lo tratteggia bene Paolo Mieli nel suo ultimo libro, quando riconosce una cifra della politica italiana l’incapacità di riconoscere come legittimo l’avversario. Ogni volta i toni con cui ci si confronta sono apocalittici. Ogni volta la vittoria di una proposta dalla propria viene delegittimata.

    Il secondo processo, che riguarda la dimensione politica ma non solo, è la necessità del nemico. Da qualche anno a questa parte va affermandosi il bisogno costante di un bersaglio. Un obiettivo da abbattere, un totem da demonizzare e da utilizzare per catalizzare le emozioni. Contro questo nemico si rivolge l’odio del proprio gruppo di riferimento, su di lui si riversano le paure per una situazione generale sempre più incerta.

    Infine il terzo ed ultimo rivolo di questo fiume in piena è il linguaggio violento. Questo fenomeno riguarda ogni settore della nostra vita. Qualsiasi screzio o dissidio finisce per sfociare in violenti insulti. Ogni volta che dobbiamo esprimere un’idea siamo cruenti, volgari. E chi parla male pensa male.

     

    Come fare di fronte all’ondata alimentata da processi sociali e politici così radicati nell’Italia di oggi da sembrare invincibili? Io credo che serva che ognuno faccia la sua parte. Ognuno di noi può contribuire a deflazionare e alleggerire questa cappa di violenza. Ognuno di noi può scegliere di essere rispettoso degli altri e di rifiutare l’ondata di odio che altri decidono di alimentare. E se è vero che ogni viaggio comincia con un piccolo passo, oggi ho compiuto il mio.

    Ho deciso di fare il mio, aderendo al Manifesto della Comunicazione non Ostile e ai suoi 10 principi.

    Per saperne di più puoi visitare QUESTA pagina.

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