• Perché parliamo della Grande Guerra?

    Quando abbiamo cominciato a lavorare a questo centenario, organizzando una proposta culturale qualificata in occasione del centesimo anniversario dalla fine della Grande Guerra, è stato naturale – almeno per me – riflettere sul senso di Fare Memoria.

    Spesso noi ridimensioniamo la Prima Guerra Mondiale nella sua crudeltà, “sminuita” dal disegno di sterminio che ha animato la seconda, che finisce per metterla in ombra. Sui banchi di scuola viene vissuta poco più che come la conseguenza di una catena di eventi tra di loro correlati ma di scarsa importanza, e non riusciamo a cogliere la dimensione, anzi, tutte le dimensioni di un evento che fu drammaticamente significativo per noi, e lo è ancora ad oggi.

    Il primo dato è quello più banale: lo dobbiamo a chi è morto, su ogni fronte. Sono circa 100 milioni i morti riconducibili alla Prima Guerra Mondiale. Significa, per darci un metro di misura, che è come se 1 persona su 5 sparisse oggi in Europa. Una cifra spaventosa se la si rapporta al continente di allora, decisamente meno popolato di oggi. Fu una guerra lancinante e dolorosa, che divorò un’intera generazione, spesso facendo sparire per decenni i corpi della neve, negando ai caduti anche il diritto ad una degna sepoltura.  Quanti di questi morti poi furono dovuti all’inadeguatezza del Comando italiano?

     

    La seconda ragione che credo debba spingerci a ricordare e per approfondire i riflessi. Questo conflitto ha cancellato una generazione di ragazzi, ma facendolo ha obbligato la società a misurarsi con le donne, dandogli responsabilità ed investendole di ruoli che tradizionalmente erano appartenuti sempre e soltanto a uomini. Si trattò di una situazione emergenziale, che si concluse con la fine della guerra, ma fu un primo importante banco di prova per le donne e facilitò forse l’affermazione dei loro diritti che – in Italia – sarebbe stata particolarmente tardiva.

     

    Il terzo aspetto che credo meriti attenzione è quello del valore della Storia. Non stiamo parlando di semplici nozioni o di date da imparare a memoria perché forse, ad un quiz televisivo, potranno esserci utili. Si tratta di capire – ma soprattutto di ricordare – che la storia è maestra di vita e si ripete. La Grande Guerra esplose dopo l’esasperazione di piccole guerre ritenute isolate e regionali, e non capite nella loro dimensione di cartina tornasole di una tensione che saliva. Paure, nazionalismi, false notizie hanno convinto allora popoli e governi a chiudersi dietro le trincee. Squilibri economici dentro e fuori gli stati fecero il resto. La prima guerra mondiale è figlia di un clima che ha caratteristiche non troppo distanti da quelle che respiriamo oggi, con guerre, disuguaglianze sociali, instabilità generale.

     

    Dalle macerie non si costruì la pace: la scomparsa di imperi secolari se non millenari e lo smarrimento che una così inaudita violenza lasciarono dietro di sé fecero ulteriormente precipitare la situazione, rendendola un’inutile carneficina, un incubatore di aberrazioni ancor più grandi.

     

    L’Europa di ha consegnato il più grande periodo di pace dai tempi dell’imperatore Augusto. Il nostro continente ha conosciuto due millenni di guerra, schermaglie, morti. Non dimentichiamolo, e facciamo che la prima Guerra Mondiale sia un insegnamento valido per tutti noi.

     

    Grande Guerra, Manerbio

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