• Pippo Civati ci lascia dicendo 3 cose

    Giuseppe “Pippo” Civati lascia il PD e se ne va sbattendo la porta insegnadoci qualche cosa.

    • Il PD è un partito in cui il dissenso da fastidio

    Bella novità. Deve essere uno dei risultati della nuova gestione Made in Renzi. D’Alema e Bersani han sempre tollerato le posizioni delle minoranze. Non hanno mai preso in giro l’ex Sindaco di Firenze. Già, basta crederci. E ovviamente quanto successo alle primarie del 2012 non ha legittimato né legittima Renzi a ripagare la propria minoranza con la stessa moneta.

    La verità è che il  dissenso è sempre difficile da tollerare. E non perché Matteo Renzi sia brutto, cattivo e antipatico. È umano faticare a continuare a condividere la propria esperienza con chi la pensa in modo diverso da noi ma è la missione del Partito Democratico ed è la ragione per cui esistono regole per far convivere minoranza e maggioranza senza scadere nell’immobilismo

     

    • «Non avrei voluto fare questo disastro nel bel mezzo della campagna elettorale, ma non è colpa mia: è stato Renzi a voler aprire lo scontro proprio nelle settimane precedenti alle elezioni»

    È una posizione abbastanza originale, perché arriva dopo gli incontri tra Civati e Toti. Lo è perché il disastro non è tanto che lui se ne vada dal Partito Democratico, ma era che ci rimanesse dopo aver dichiarato che in Liguria non lo avrebbe votato. Non tutti i candidati ci convincono ma condividere la dimensione di partito significa sostenere anche chi non ci piace. Non credo che i renziani abbiano stappato le bottiglie di champagne quando Felice Casson ha vinto le primarie di Venezia, ma nessuno ha fatto distinguo o ha invitato a non votare PD perché il candidato non piaceva.

    Lo ha voluto Renzi? Sicuramente porre la questione di Fiducia sugli articolo 1,3 e 4 della Legge Elettorale non lo ha aiutato (ma non ha ammazzato nemmeno il dibattito, visto che si tratta di tre articoli e il voto finale si è svolto liberamente). Questo è stato semplicemente il pretesto per mettere fine al balletto che dura da anni del “mi si nota di meno se esco o se rimango dentro?” e provare a misurare la propria forza in termini di consenso parlamentare. Nessuno ha messo Civati alla porta, è lui che ha scelto – come fece a suo tempo Rutelli – di andarsene.

     

    • «hanno promosso e approvato, senza voler parlare di leggi elettorali, riforme del lavoro e della Costituzione»

    Ovviamente non si è mai parlato di legge elettorali. Sono solo 400 giorni che se ne discute. Se la posizione rimane però quella del “non ci siamo confrontati” perché non è stato fatto tutto quel che si chiede allora mi spiace, ma il problema è un altro.

    Il problema è quello di capire che ogni elezione determina una maggioranza e una minoranza. La prima ha il compito di decidere e fare concretizzando le proposte fatte al momento del voto e provando – dove possibile – a mediare le proprie posizioni con chi ha perso. Ma non si può credere che la minoranza abbia il diritto di tenere in ostaggio la maggioranza, altrimenti che senso ha che una abbia preso più o meno voti dell’altra?

     

    Di tutto questo, tolto il canto delle sirene di SEL che prova a far crescere il proprio gruppo parlamentare col buon vecchio metodo del “tutti assieme contro il nemico comune”, rimane l’amarezza.

    L’amarezza per una maggioranza democratica che finalmente ha cominciato a decidere ma che non trova l’equilibrio con la minoranza, l’amarezza per una minoranza che forse questo equilibrio nemmeno lo vuole trovare e rivendica il monopolio dell’Italia Giusta e infine l’amarezza per Civati. Il Partito Democratico è nato come spazio plurale ma con una forte vocazione maggioritaria. C’era con Veltroni, si è in parte persa con Bersani e ora è tornata con Renzi.

    Civati non ha capito che le vere battaglie si fanno dall’interno per cambiare le cose e non basta andarsene sbattendo la porta. Perché altrimenti si rinuncia all’idea di un partito solido e si da nuovo respiro alle coalizioni arcobaleno di decine e decine di minuscoli partiti coalizzati dall’odio verso il nemico e pronti ad esplodere il giorno dopo le elezioni.